Ogni tazza di tè bianco, nero o verde nasce dalla stessa pianta, la Camellia sinensis, un arbusto asiatico sempreverde della famiglia delle Theaceae (NLM, 2026). Camomilla, citronella e ibisco, i cui infusi in Brasile vengono chiamati anch’essi tè, appartengono ad altre specie, restano fuori dall’ambito della norma internazionale che classifica i tipi di tè (ISO, 2023) e, a rigor di termini, sono infusi. La distinzione sembra roba da specialisti, ma dà forma alla storia raccontata qui, dalla leggenda cinese alle piantagioni di tè di Rio de Janeiro e della Valle del Ribeira, fino alla yerba mate, l’infuso ereditato dai guaraní.

L’Origine del Tè in Cina
Il racconto più diffuso sulla nascita del tè è una leggenda. Intorno al 2737 a.C., alcune foglie di una pianta selvatica sarebbero cadute per caso nell’acqua che bolliva per l’imperatore Shennong, il “Divino Agricoltore” della mitologia cinese, e lui avrebbe gradito la bevanda. Il sinologo Victor Mair, dell’Università della Pennsylvania, scrive che non c’è uno straccio di prova che Shennong sia esistito (Mair, 2016).
L’associazione tra Shennong e il tè compare a chiare lettere nel Chájīng (茶經), il “Canone del tè”, scritto da Lu Yu alla metà dell’VIII secolo, circa tre millenni e mezzo dopo la data attribuita all’imperatore. Per gli studiosi, quel legame serviva a dare alla bevanda un’origine nell’alta antichità cinese e non ha valore di testimonianza storica. Il vero merito di Lu Yu (733-804) è un altro: il suo libro è riconosciuto come il primo trattato dedicato interamente al tè, dalla coltivazione alla preparazione (Mair, 2016).
Una delle prove materiali più antiche e meglio documentate è emersa nel 2016, quando ricercatori cinesi e dell’University College London hanno analizzato resti vegetali provenienti dal mausoleo dell’imperatore Jing, della dinastia Han occidentale, morto nel 141 a.C. e sepolto vicino all’attuale Xi’an. Caffeina, cristalli di ossalato di calcio tipici del genere Camellia e teanina hanno confermato che si trattava di foglie di tè vecchie di circa 2.100 anni, presentate dagli autori come la più antica testimonianza materiale del tè nota fino ad allora (Lu et al., 2016).
In un libro del 2015 recensito da Mair, lo storico James A. Benn mostra che durante la dinastia Tang (618-907) il tè smise di essere soprattutto un decotto amaro, a uso medicinale, per diventare un’abitudine raffinata su scala nazionale, e riassume la svolta in una frase: “tea was essentially a Tang invention”, cioè il tè fu essenzialmente un’invenzione Tang, nella nostra traduzione (Mair, 2016). Quella raffinatezza è sopravvissuta in un servizio completo di utensili da tè in argento dorato e oro, sigillato come offerta imperiale tra l’873 e l’874 nella cripta del Tempio Famen, vicino a Xi’an, e ritrovato dagli archeologi nel 1987 (Kan, 2014).
La Diffusione del Tè in Asia
Lo stesso studio del 2016 ha individuato residui di tè in una tomba di Ngari, nel Tibet occidentale, datata tra il II e il III secolo d.C., segno che la foglia attraversava già l’altopiano tibetano diretta verso l’Asia centrale lungo un ramo della Via della Seta. Tutto questo avvenne secoli prima della celebre Via del Tè e dei Cavalli, aperta nel VII secolo, lungo la quale il tè cinese veniva scambiato con cavalli tibetani e mongoli (Lu et al., 2016).
La Corea conobbe il tè già nel VII secolo e, secondo il Samguk sagi, cronaca del 1145, la coltivazione iniziò con semi portati dalla Cina dei Tang nell’828. Nel periodo Goryeo (918-1392) il tè divenne un elemento centrale della cultura aristocratica, tanto che a corte esisteva un ufficio dedicato unicamente al suo servizio (Song, 2017).
In Giappone il tè entrò attraverso i monasteri. I monaci buddisti cinesi lo bevevano a scopo medicinale e per scacciare il sonno durante la meditazione, e il giapponese Kūkai, che aveva studiato in Cina, rientrò nell’806 portando alla corte un panetto di tè verde (Seco, 2021). Il passo decisivo arrivò nel 1191, quando il monaco zen Myōan Eisai (1141-1215), fondatore della scuola Rinzai, tornò dalla Cina con semi di tè e con il metodo di preparazione del tè verde in polvere, il matcha, e in seguito scrisse il Kissa Yōjōki, opera centrale per la cultura del tè nell’arcipelago (Seco, 2021; Mair, 2016).
La cerimonia del tè, il chanoyu, fu codificata tra il XV e il XVI secolo da maestri come Murata Shukō (1423-1502), che propugnò la semplicità, e Takeno Jōō (1502-1555), che vi introdusse l’estetica del wabi, la bellezza rustica e umile. Sen no Rikyū (1522-1591), considerato il padre della cerimonia moderna, unì il wabi al sabi e fissò la forma della casa del tè, le procedure e gli utensili, canoni rispettati ancora oggi, e la sua sala Taian, del 1582, si conserva vicino a Kyoto (Seco, 2021).

L’Arrivo del Tè in Europa
La rotta marittima del tè passò prima per le mani dei portoghesi, che dal 1557 disponevano di una base commerciale a Macao, concessa dalla dinastia Ming, da dove partivano verso Goa e Lisbona muschio, oro, perle, porcellana e seta, oltre al tè, che interessava in particolare agli europei (Cartwright, 2021). Furono gli olandesi a farne un affare, e all’inizio del XVII secolo le navi della Compagnia olandese delle Indie orientali, la VOC, portarono ad Amsterdam le prime foglie di tè verde (Wikipedia, 2026a). La data più citata è il 1610, con un carico partito dallo scalo giapponese di Hirado, ma la fonte consultata che la riporta con tanta precisione, una galleria d’antiquariato di Amsterdam, non cita documenti d’epoca (Aronson, 2026).
In Inghilterra il tè circolava ancora prima che la Compagnia inglese delle Indie orientali iniziasse a ordinarlo. Il 25 settembre 1660 il cronista Samuel Pepys annotò nel suo diario di aver mandato a prendere “a cup of tee (a China drink)”, cioè una tazza di tè, una bevanda cinese che non aveva mai assaggiato (UKTIA, 2026a). Quella data smonta una delle storie più raccontate sul tè inglese, secondo cui a introdurlo nel paese sarebbe stata la principessa portoghese Caterina di Braganza, che vi arrivò il 13 maggio 1662 per sposare Carlo II. Per la UK Tea & Infusions Association, l’associazione britannica del settore, non è vero che sia stata lei a introdurre il tè, anche se contribuì a metterlo di moda, prima a corte e poi nell’aristocrazia (UKTIA, 2026a). Il tema è ancora dibattuto, e un articolo accademico del 2021 di Susana Varela Flor riesamina in chiave critica le fonti primarie che legano la regina al tè nell’Inghilterra degli Stuart (Flor, 2021).
La Compagnia, che dal 1600 deteneva il monopolio del commercio britannico con le Indie orientali, fece il suo primo ordine nel 1664, 100 libbre di tè cinese, e quel monopolio, sommato a tasse elevate, manteneva alto il prezzo del prodotto e alimentava il contrabbando (UKTIA, 2026b). Nel 1773, per soccorrere la Compagnia indebitata, il Parlamento approvò il Tea Act, che le permise di vendere il tè direttamente alle colonie americane tramite agenti propri, scavalcando i mercanti locali, in un mercato dove vigeva un’imposta di 3 pence per libbra (UKTIA, 2026c).
La risposta arrivò la notte del 16 dicembre 1773, quando alcuni coloni salirono a bordo di tre navi ormeggiate nel porto di Boston e gettarono in mare 342 casse di tè della Compagnia, secondo il conteggio più citato, per protestare contro un’imposta votata da un Parlamento in cui le colonie non avevano rappresentanza. Londra reagì nel 1774 chiudendo il porto finché il tè non fosse stato pagato, e l’episodio, il Boston Tea Party, è considerato una delle cause scatenanti dirette della Rivoluzione americana (NPS, 2025).

L’afternoon tea risale all’epoca vittoriana, e la tradizione lo attribuisce ad Anna Maria Russell, settima duchessa di Bedford, che intorno al 1841 prese l’abitudine di farsi servire il tè con uno spuntino a metà pomeriggio per superare il lungo intervallo fino alla cena, un’usanza che si consolidò a partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento (UKTIA, 2026d). La paternità è contestata, e la storica Julia Skinner ammette che il pasto potesse esistere già prima della duchessa o che lei si sia limitata a formalizzare un costume informale (Wikipedia, 2026b).
Il Tè in Brasile: Documenti e Oblio
Giovanni VI e le Prime Piantagioni di Tè a Rio de Janeiro
Il tè arrivò in Brasile con la corte portoghese. Il 13 giugno 1808 il principe reggente Giovanni, futuro Giovanni VI, fece creare a Rio de Janeiro un Giardino di acclimatazione, che nel 1811 sarebbe diventato il Giardino botanico, e lì il tè fu introdotto nel 1810, secondo il ricercatore Marcelo Alves Cerdan, dell’Universidade Estadual Paulista (Unesp). Il conte di Linhares propose di ingaggiare 2.000 coloni cinesi per la coltivazione, ma ne arrivarono circa 400 (Cerdan, 2019). Le fonti divergono, collocando il contingente cinese tra 100 e 400 persone e l’anno dell’introduzione tra il 1808 e il 1814, e nessun documento d’epoca reperito per questo testo scioglie il dubbio. La testimonianza più vicina è quella della viaggiatrice britannica Maria Graham, che negli anni Venti dell’Ottocento annotò che il re aveva destinato il giardino soprattutto “al tè, che aveva fatto venire dalla Cina” (Cerdan, 2019).
Giovanni esentò dai dazi doganali il materiale legato alla coltivazione e istituì medaglie per i coltivatori di tè, ma la coltura perse il suo principale sostegno quando il sovrano rientrò in Portogallo, nel 1821. Fra Leandro do Sacramento, direttore del Giardino botanico dal 1824, riprese le sperimentazioni e inviò semi ad altre province, e nel 1825 il pittore Johann Moritz Rugendas documentò circa 6.000 arbusti sulle rive della Lagoa Rodrigo de Freitas (Cerdan, 2019). La presenza cinese è rimasta impressa nel paesaggio carioca: il belvedere della Vista Chinesa, nella Foresta della Tijuca, fu eretto nel 1903 in omaggio ai cinesi giunti a coltivare il tè (Diário do Rio, 2026).

Il Breve Ciclo del Tè di San Paolo nell’Ottocento
Nella provincia di San Paolo, le rilevazioni del 1851 e del 1852 contavano da 32 a 37 fabbriche di tè in città come Atibaia, Itu, Porto Feliz e São Roque. La provincia esportò 3.209 arroba di tè (un’arroba equivale a circa 15 kg) nel 1857/1858, ma nel 1862/1863 il prodotto non aveva più alcun valore registrato, mentre il caffè cresceva, e nel 1873 solo Itu figurava ancora come produttrice nell’almanacco provinciale (Cerdan, 2019). Una tesi del 1955, inedita e citata da due ricercatrici dell’Università federale di Minas Gerais (UFMG), riporta dati che attendono conferma: il tè brasiliano si sarebbe classificato secondo a un’esposizione a Vienna, nel 1873, e la produzione sarebbe crollata a livelli insignificanti dopo l’abolizione della schiavitù, nel 1888 (Paganini-Costa; Carvalho-da-Silva, 2011).
La Valle del Ribeira e l’Eredità Giapponese
Il capitolo più duraturo lo scrissero gli immigrati giapponesi, a partire dalla colonizzazione pianificata della Valle del Ribeira, avviata tra il 1912 e il 1913. La città di Registro è riconosciuta come la prima colonia giapponese pianificata e consolidata del paese e nel 1918 fu scelta come sede della compagnia che guidava la colonizzazione della regione (Aoki; Lima, 2011). Il pioniere del tè nel comune fu l’immigrato Torazo Okamoto, che piantò i primi semi (Aoki; Lima, 2011), mentre la versione secondo cui avrebbe portato dallo Sri Lanka, nel 1913, piantine della varietà Assam proviene da un servizio dell’Assemblea legislativa dello stato di San Paolo e non trova conferma nelle fonti accademiche consultate (Alesp, 2023).
Le prime sperimentazioni risalgono al 1918, ma la coltivazione commerciale prese corpo negli anni Trenta, dopo il tracollo del caffè nella regione, e approdò sui mercati esteri nel 1960. Dieci anni più tardi Registro produceva 7 milioni di chili di tè, contro 2,4 milioni di chili di cuori di palma e 800.000 di riso (Aoki; Lima, 2011). Tra il 1930 e il 1990 la coltivazione del tè nella valle coinvolse oltre 1.500 produttori, occupò circa 5.000 ettari e rifornì sette fabbriche (Resende et al., 2024). Secondo la stessa Assemblea legislativa, la città fu pioniera della produzione di tè nero in America Latina ed esportò circa il 90% della sua produzione storica, e una legge statale del 1984 la proclamò “Capitale statale del tè” (Alesp, 2023).

Un Capitolo Quasi Dimenticato
Il declino arrivò negli anni Novanta, dovuto a problemi nella gestione delle coltivazioni e soprattutto a un cambio sfavorevole che rese insostenibili le esportazioni (Resende et al., 2024), oltre che alla concorrenza di paesi come l’Argentina (Alesp, 2023). La fabbrica Agrochá, che era arrivata a vendere al Regno Unito quasi il 60% della propria produzione, chiuse nel 2000 (Aoki; Lima, 2011). Nella serie storica dell’IBGE (l’istituto nazionale di statistica brasiliano), però, il crollo dei volumi raccolti emerge solo con l’inizio del nuovo secolo: il raccolto di Registro ammontava ancora a circa 24.000 tonnellate di foglia verde di tè nel 1990 e a quasi 25.900 nel 2000, ma scese a 450 tonnellate nel 2015 e tra il 2019 e il 2024 si è attestato intorno alle 150 tonnellate l’anno, con una riduzione superiore al 99% (IBGE, 2026).
Ciononostante, tra il 1997 e il 2023 il comune ha esportato tè per oltre 68 milioni di dollari statunitensi, anche se banane e cuori di palma hanno preso il primato nell’agricoltura locale (Alesp, 2023). Alcune famiglie hanno ripreso la coltivazione, come gli Yamamaru, tornati al tè nel 2014 con un sistema agroforestale (CNA, 2023). Secondo un servizio dell’emittente Band, oggi la produzione commerciale di vero tè nel paese è nelle mani di tre famiglie e di un’azienda familiare, tutte di origine giapponese e con sede nell’entroterra dello stato di San Paolo, e l’Associazione brasiliana del tè stima la superficie coltivata in circa 218 ettari, per 1.800 tonnellate l’anno (Band, 2024).
Tè o Infuso? La Differenza Sta nella Pianta
In Brasile quasi ogni bevanda a base di piante preparata con acqua calda viene chiamata “chá”, cioè tè, ma la norma ISO 20715:2023, che classifica i tipi di tè, si basa esclusivamente sulla lavorazione delle foglie di Camellia sinensis e lascia fuori dal proprio ambito gli infusi di altre piante e di frutta (ISO, 2023).

Nel commercio specializzato è comune distinguere tre termini, come fa il glossario dell’importatore statunitense Upton Tea Imports: il tè è la bevanda preparata con le foglie lavorate ed essiccate della Camellia sinensis; l’infuso di erbe usa parti di altre piante e può contenere caffeina, come il guaranà, la guayusa e la yerba mate; la tisana, infine, è l’infuso vegetale senza caffeina (Upton Tea Imports, 2024). In India la distinzione ha forza di legge: nel dicembre 2025 l’autorità nazionale per la sicurezza alimentare, la FSSAI, ha ricordato alle aziende che il regolamento indiano del 2011 riserva il termine “tea” alle bevande di Camellia sinensis e ha qualificato come etichettatura ingannevole i prodotti venduti come tè ai fiori, all’ibisco o al rooibos (Business Standard, 2025). Ecco perché in queste pagine il tè è sempre Camellia sinensis, mentre le altre piante compaiono come infusi, in una distinzione botanica che non implica alcun giudizio di qualità.
I Sei Tipi di Vero Tè
La norma ISO riconosce sei tipi di tè, tutti ottenuti dalla stessa pianta e distinti dalla lavorazione: bianco, giallo, nero, oolong, scuro (categoria che comprende il pu-erh) e verde (ISO, 2023). Una rassegna del 2022 pubblicata sul Journal of Food Science indica nell’ossidazione il fattore centrale, dato che il tè verde subisce un’ossidazione minima e conserva molte delle catechine originarie della foglia, l’oolong si colloca a metà strada e il nero va incontro a un’ossidazione estesa (Wong et al., 2022). Nella degustazione professionale si stima un’ossidazione minima nei tè bianco e verde, compresa tra il 10% e l’80% nell’oolong e quasi completa nel nero, mentre il pu-erh subisce anche una fermentazione microbica e può invecchiare per decenni (Professional Tea Taster, 2026).
Gli Infusi Più Diffusi e i Loro Nomi Scientifici
Negli infusi più consumati in Brasile il nome popolare trae spesso in inganno, e quello scientifico scioglie il dubbio:
- Camomilla (Matricaria chamomilla L.): è il nome accettato dai Giardini botanici reali di Kew, che considerano Matricaria recutita un sinonimo (Kew, 2026a).
- Citronella (Cymbopogon citratus (DC.) Stapf): nota anche come lemongrass, è originaria dell’India meridionale e dello Sri Lanka; in Brasile la chiamano capim-limão, capim-santo e, in molte regioni, erva-cidreira (Kew, 2026b).
- Ibisco (Hibiscus sabdariffa L.): è la pianta da cui si ricava il karkadè, in Brasile chiamata anche vinagreira, e il suo nome scientifico è registrato nell’International Plant Names Index a partire dalla descrizione pubblicata da Linneo nel 1753 (IPNI, 2026).
- Melissa (Melissa officinalis L.): appartiene alla famiglia delle Lamiaceae ed è originaria della regione che va dal Mediterraneo all’Asia centrale; in Brasile è chiamata erva-cidreira, un nome popolare che condivide con la citronella e con altre piante, pur essendo una specie diversa (Kew, 2026c).
- Menta (genere Mentha L.): comprende da 18 a 24 specie, a seconda della fonte, e le più usate negli infusi sono la menta verde (Mentha spicata) e la menta piperita (Mentha × piperita) (Kew, 2026e).
- Zenzero (Zingiber officinale Roscoe): è originario della fascia che va dall’Himalaya orientale alla Cina centro-meridionale (Kew, 2026d).
La Yerba Mate, Eredità Guaraní
Con lo stesso criterio, nemmeno la bevanda a base di foglie più radicata nel Sud del Brasile è un tè. La yerba mate, Ilex paraguariensis A.St.-Hil., appartiene alla famiglia delle Aquifoliaceae ed è originaria di un’area che va dal Brasile al nord-est dell’Argentina, oltre a Paraguay e Uruguay (Kew, 2026f). È un infuso di erbe con caffeina, come il guaranà (Upton Tea Imports, 2024).
Dai Guaraní alle Missioni Gesuitiche
L’abitudine di bere la yerba mate è considerata un’eredità diretta dei guaraní, che vivevano nei bacini dei fiumi Paraguay, Paraná e Uruguay e usavano la pianta come alimento, come moneta di scambio (in certi contesti) e come oggetto di culto (National Geographic Brasil, 2023). Prima della conquista spagnola il consumo aveva una funzione rituale ed era controllato dagli sciamani (Mayer, 2019).
L’origine della bomba, la cannuccia con filtro del chimarrão, divide le fonti. Una versione diffusa la fa risalire al tacuapi, una cannuccia di bambù forata con cui i guaraní bevevano l’infuso preparato nelle zucche (National Geographic Brasil, 2023). Lo studioso Ricardo da Silva Mayer, dopo aver esaminato le testimonianze di gesuiti e viaggiatori, soprattutto del XVIII secolo, propone un’altra lettura, secondo cui il modo attuale di bere il mate sarebbe il frutto di un’ibridazione tra tradizioni indigene e soluzioni introdotte dai colonizzatori (Mayer, 2019).
Nel XVII secolo i gesuiti cercarono di proibirne il consumo tra gli indigeni, ma intorno al 1630 fecero marcia indietro, e la produzione di yerba divenne una delle principali attività economiche delle missioni (National Geographic Brasil, 2023). I missionari avviarono inoltre coltivazioni di mate vicino alle riduzioni, ma la data dei primi impianti varia a seconda dello studio, dal 1610 al 1660 (Vegro, 1994; Mayer, 2019). Il commercio assicurò alle missioni un quasi monopolio sui mercati di Asunción, Buenos Aires e Montevideo e rese la bevanda più economica nelle colonie spagnole, finché l’espulsione dei gesuiti, decretata nel 1767 ed eseguita nel 1768, non riportò l’attività alla raccolta dalle piante selvatiche (Vegro, 1994; Museu das Missões, s.d.).
Chimarrão e Tereré

Dalla stessa foglia nascono due rituali. Il chimarrão, diffuso nel Sud del Brasile e in Uruguay, si prepara con acqua calda, intorno ai 70 °C, in una cuia ricavata dal porongo, una zucca, o dal frutto della cuieira, e si beve con la bomba. Il tereré, popolare in Paraguay e nel Mato Grosso do Sul, richiede invece acqua fredda, yerba macinata più grossolanamente e spesso limone e menta, e si serve nella guampa, un recipiente di solito ricavato da un corno (Band, 2025). Il nome viene dal guaraní e significa “mate ad acqua fredda”, e nel caso del Mato Grosso do Sul l’influenza paraguaiana è arrivata soprattutto attraverso il confine tra Pedro Juan Caballero e Ponta Porã (Lima; Pereira; Barros, 2024).
Patrimonio ed Economia
Nel 2020 l’Unesco ha iscritto nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità le pratiche e i saperi tradizionali del tereré, bevanda ancestrale guaraní del Paraguay, nella cultura del Pohã Ñana, su candidatura paraguaiana: il riconoscimento spetta quindi al tereré paraguaiano, e non al chimarrão (Unesco, 2020). In Brasile, nel giugno 2023 il Rio Grande do Sul ha registrato il suo primo patrimonio culturale immateriale, il Sistema culturale e socioambientale della yerba mate tradizionale (Tkatch, 2023), e nello stesso mese il Mato Grosso do Sul ha dichiarato il tereré patrimonio culturale e immateriale dello stato (Rosel, 2023).
Sul piano economico, nel 2023 la raccolta di yerba mate da piante spontanee ha fruttato 589,6 milioni di reais, il secondo valore più alto tra i prodotti vegetali non legnosi di raccolta, dopo l’açaí, con l’87% del volume concentrato nel Paraná, anche se l’IBGE precisa che oggi i volumi maggiori provengono dalle coltivazioni, misurate in un’altra indagine (IBGE, 2024). Nel 2019 il Brasile era il primo produttore mondiale, ma in valore l’Argentina guidava le esportazioni, perché la maggior parte della yerba brasiliana resta sul mercato interno (Favaretto et al., 2023).
Dalla Foglia alla Tazza con la Selezione Natublend
La selezione Natublend riunisce quindici blend d’autore che portano i nomi di divinità della mitologia greco-romana: Apollo, Ares, Athena, Aurora, Bacchus, Epione, Gaia, Harmonia, Hermes, Hestia, Hypnos, Iaso, Salus, Venus e Zeus. I nomi sono una scelta identitaria del marchio e non hanno alcun legame storico con la bevanda, che greci e romani non conobbero e che arrivò in Europa solo con le rotte marittime del XVI e del XVII secolo. Ciascun blend nasce da un tema e da un momento della giornata, con una proposta sensoriale propria.

Coerente con la distinzione tra tè e infuso, la linea riunisce entrambe le famiglie di bevande. Una parte dei blend contiene foglie di Camellia sinensis ed è tè in senso tecnico: Athena ha una base di tè nero, con anice verde (Pimpinella anisum), chiodi di garofano e rosmarino, mentre Ares e Aurora partono dal tè bianco, il primo con chiodi di garofano, menta piperita e zenzero, il secondo con camomilla, gelsomino e ibisco. Altri fanno a meno della foglia di tè e sono infusi, come Harmonia, con citronella, gelsomino, melissa (Melissa officinalis) e menta piperita, Hypnos, con camomilla, lampone, lavanda e melissa, e Zeus, dal profilo mentolato, con camomilla, citronella, gelsomino e menta piperita.
Lo scopo di ciascun blend è un’intenzione d’uso, non una promessa di effetto. Athena, reso corposo dal tè nero, è pensato per accompagnare le ore di lavoro e di studio, Hestia per la pausa dopo i pasti e Hypnos, che non contiene foglie di tè, per il rituale di fine giornata. La collezione completa, con la composizione di ogni blend, si trova nella pagina dedicata ai tè e infusi Natublend.
Domande Frequenti
Il Tè Verde e il Tè Nero Vengono dalla Stessa Pianta?
Sì. Entrambi, così come i tè bianco, giallo, oolong e scuro, provengono dalla Camellia sinensis, e a cambiare è la lavorazione, soprattutto il grado di ossidazione (ISO, 2023; Wong et al., 2022).
La Camomilla È un Tè?
Nell’uso quotidiano brasiliano, sì. Secondo il criterio tecnico della norma ISO 20715:2023, no, perché la camomilla (Matricaria chamomilla) non proviene dalla Camellia sinensis ed è quindi un infuso (ISO, 2023; Kew, 2026a).
Fu l’Imperatore Shennong a Scoprire il Tè?
È una leggenda. Non ci sono prove che Shennong sia esistito, e una delle più antiche testimonianze materiali del tè, le foglie del mausoleo dell’imperatore Jing, della dinastia Han, ha circa 2.100 anni (Mair, 2016; Lu et al., 2016).
Caterina di Braganza Portò il Tè in Inghilterra?
No. Samuel Pepys annotò nel suo diario una tazza di tè nel 1660, due anni prima dell’arrivo di Caterina, il cui ruolo, secondo l’associazione britannica del settore, fu contribuire a mettere di moda la bevanda a corte, un punto su cui la storiografia discute ancora (UKTIA, 2026a; Flor, 2021).
Il Brasile Produce Vero Tè?
Sì, su piccola scala. La produzione commerciale di Camellia sinensis è concentrata in poche famiglie di origine giapponese nell’entroterra dello stato di San Paolo, in particolare nella Valle del Ribeira, e copre circa 218 ettari (Band, 2024).
La Yerba Mate È un Tè?
Tecnicamente no. La yerba mate (Ilex paraguariensis) è un infuso di erbe che contiene caffeina, come il guaranà (Kew, 2026f; Upton Tea Imports, 2024).
Riferimenti Bibliografici
Vedi Tutti i 48 Riferimenti Citati
Studi Scientifici Peer-Reviewed (3)
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Letture Complementari (36)
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- 2023 TKATCH, Bruna. Erva-mate é patrimônio cultural imaterial do Rio Grande do Sul. Jornal do Comércio, Porto Alegre, 13 giu. 2023. Disponibile su: jornaldocomercio.com.
- 2023 ROSEL, Patrick. Tereré é declarado patrimônio cultural e imaterial de Mato Grosso do Sul. Correio do Estado, Campo Grande, 29 giu. 2023. Disponibile su: correiodoestado.com.br.
